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Un anno per imparare a stare

  • Immagine del redattore: Nicole Pellizzari
    Nicole Pellizzari
  • 6 lug
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 7 lug

Come molte delle esperienze formative più importanti della mia vita, anche questa è iniziata per caso. O meglio, è iniziata in quel modo che chiamiamo 'caso' quando ancora non abbiamo trovato un nome migliore.

Cristina mi propone di collaborare alla formazione. Leggo il programma. Penso che sia un onore. Penso anche che non sarò mai all'altezza. Penso soprattutto una cosa: io questo corso più che altro lo voglio frequentare. E la vocina dice “ma vuoi mica diventare insegnante di yoga?” la risposta? “no, ma voglio

comunque farlo” Perché Cristina, per la prima volta, non mi stava chiedendo di portare un contenuto. Mi stava chiedendo di portare me stessa e allora ho pensato “questo corso è autentico”

.

Una proposta che mi ha entusiasmata e terrorizzata in parti uguali. E io ho una regola abbastanza semplice nella vita: non scappo dalle occasioni che mi fanno paura. Anzi, soprattutto se mi fanno paura mi ci butto a capofitto, ma direi che anche questo lato di me ho avuto modo di esplorarlo in questo anno insieme. Non era soltanto curiosità. Era il desiderio di fare qualcosa che da un po’ stavo provando a fare: partire dal corpo. Io che da anni entravo nel mondo attraverso il pensiero, le parole, le analisi e i concetti.

Socrate scriveva: «Se tutte le cose che partecipano alla vita si trasformassero e, una volta trasformate, vi rimanessero e non tornassero mai più indietro a formarsi di nuovo, alla fine tutte le cose finirebbero per avere la stessa forma, subirebbero la stessa sorte e la vita cesserebbe di esistere.»

Questo percorso mi ha trasformata, ma soprattutto mi ha ricordato che trasformarsi non è arrivare da qualche parte. È continuare a esistere. Lasciare morire alcune parti di sé affinché altre possano nascere.

Mi piace a volte usare delle parole chiave per descrivere un’esperienza, quelle arrivano se ripenso a questa sono: Fiducia. Fluire. Integrazione. Tolleranza. Amicizia. Presenza.

Fiducia nel processo. Fluire invece di resistere. Integrazione delle parti che chiedono di essere viste.Tolleranza verso i limiti e i cambiamenti. Amicizia come dono inatteso. Presenza come cuore pulsante di tutto.

Imparare a stare

Lo yoga, almeno per come l'ho vissuto io, non insegna a restare. Insegna a stare.

Tra queste due parole c'è un abisso. Restare contiene quel 're-' che sa di ritorno, di ripetizione, di rifare, di recidivare. Stare invece è ogni volta nuovo. Ogni istante dello stare può rivelare una parte di noi che un attimo prima non esisteva ancora, o meglio, eravamo distratte nel guardarla. Alla fine della pratica si pulisce i tappetino. Ho sempre pensato che non fosse soltanto una questione di sudore, sul tappetino si lascia sempre una parte di noi, e no, non sto parlando del femorale. Nemmeno della mia spalla destra che a un certo punto ha deciso di vivere una vita indipendente dalla mia e rimanere a Torino anche quando io torno a Milano. Alla fine di ogni pratica puliamo le maschere lasciate sul tappetino

Non dimenticherò mai quei cinque minuti a gambe aperte contro il muro. In quei minuti sono crollate più difese che in un anno di terapia.

In quel momento ho odiato Cristina, con affetto. Per la sua capacità di offrirmi contemporaneamente un lumino, un piccone e una mappa completamente incomprensibile ma totalmente funzionale per me, proprio in quel momento, senza prendersene cura, ma con fiducia in quello strumento, la sua fiducia, il

suo non sollevarmi, consolarmi, mi ha fatto fare un’esprienza nuova: affidarmi, a lei, si, altrimenti non sarei stata qui, ma soprattutto alla pratica in quanto scienza spirituale antica e al mio corpo.

Se qualcuno mi chiedesse oggi “ma secondo te chi è un'insegnante di yoga?” risponderei così: è qualcuno che ti accompagna all'inizio di una grotta, ti mette in mano un lumino, un piccone e una mappa piena di parole in sanscrito. Ti guarda entrare e aspetta. Non entra al posto tuo, non entra con te. Non scava al posto tuo. E quando torni ti sorride, ti aiuta a ripulirti dalla polvere e ti dice: 'Adesso puoi andare.'

Sarò mai questa persona? Probabilmente no, non seduta su un tappetino. Ma qualcosa di questo l'ho riconosciuto profondamente. L'ho sentito in me nella stanza di Sadhana e so che lo porterò nel mio lavoro, anzi lo sto già facendo.

Perché ciò che mi porto via da quest'anno non è una posizione eseguita meglio, né una certificazione. È la capacità di stare. Stare senza fretta. Stare nella fatica. Stare nella gioia. Stare, scegliendo di farlo, mollare se c'è dolore, discernere il dolore dello sforzo dal dolore per quella maschera che sta cadendo, ed è ora

che lo faccia. Non so più bene cosa sto scrivendo, ora mi fermo rileggo e riparto, forse mi sono un po' persa, ma yoga è anche disciplina, quindi cercherò di seguire il flusso provando a dare un senso di inizio, centro e fine a tutto questo discorso.

E ora che ho riletto, mi rendo conto di essere arrivata alla fine, che non saprà di fine, ho citato Socrate, potrò mica parlare di fine?

Si, mi porto a casa il mio respiro, il suono del mio respirare, mi porto a casa la voglia di continuare a risvegliare in me la conoscenza, tenere viva la fiammella, la sensazione di un corpo forte, capace, mi porto a casa il piacere di rispecchiarsi (beh, come non citare I miei amati specchi) di conoscersi attraverso l’altra. Questo “doppio ruolo” mi ha permesso di allenare una capacità che esercito costantemente, inconsapevolmente da molto tempo, credo da quando sono piccola, questo essere in me e fuori di me, osservatrice e partecipante, attrice e regista. Che poi per me è un po’ l’arte del vivere più che del sopravvivere, l’arte di cogliere la saggezza del trauma e di sfruttare la capacità di dissociazione.Sono grata si, per le parti di me che ho trovato, ritrovato, spolverato. Per quelle che ho perso o meglio lasciato andare, per gli specchi in frantumi, per la sorpresa di trovarsi a testa in giù, di non cadere con i denti sul pavimento facendo il corvo (ho una cicatrice sul mento che mi ricorda che da piccola ricordassi già questa posizione, ma non come farla) per la memoria corporea, per aver dato corpo alle emozioni, voce ai bisogni, carne al mio respiro, per aver integrato la tecnica attraverso il piacere di stare e così sentirla scorrere in me senza pretendere di essere performante, perfetta.

E soprattutto per aver incontrato un'amica che ha avuto il coraggio di costruire uno spazio in cui le persone possono trasformarsi in un luogo sicuro.


Alla luce di tutto questo la definizione di yoga che posso dare è questa: non diventare qualcun altro, ma imparare ogni giorno a stare abbastanza presenti da poter rinascere ancora.


Grazie ragazze per la fiducia in quei due giorni insieme in un ruolo diverso per me

Grazie ragazze per la compagnia, l’inconsapevole e il consapevole rispecchiamento

Grazie a chi si è mostrata e a chi l’ha fatto meno, mostrandomi che ci si può anche nascondere ogni tanto, ne abbiamo il diritto

Grazie Corpo, respiro, cuore

Grazie al mio lavoro, alle mie scelte, alla fiducia in me nonostante tutto

Grazie all’amore più forte della paura

Grazie Cristina


Nicole Pellizzari




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