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Imparare a stare

  • Immagine del redattore: Fiammetta Spada
    Fiammetta Spada
  • 10 lug
  • Tempo di lettura: 6 min

Il mio percorso attraverso lo yoga — Elaborato finale, Corso T.H.E. Hatha Yoga (Sadhana.Yoga Studio), 2025/2026



Non sapere stare

Lo yoga mi ha affascinata fin da giovane, e non soltanto nella sua dimensione fisica. Era la sua filosofia a chiamarmi: l’idea di una pratica che non separa il corpo dalla mente, che insegna ad accogliere ciò che è invece di combatterlo, che fa della presenza — e non della performance — il suo centro. Sentivo che lì dentro c’era qualcosa di cui avevo bisogno, anche se non avrei saputo dargli un nome.

Eppure, per molto tempo, non sono riuscita ad avvicinarmi davvero. Il motivo l’ho capito solo col tempo: era proprio ciò che lo yoga si propone di insegnare, non ero capace di stare. Non riuscivo a fermarmi in un asana e ad abitarlo senza la fretta di uscirne; non riuscivo a sostare in un concetto, in un silenzio, nella scomoda disciplina di accogliere il momento così come si presentava. Cercavo lo yoga con la stessa irrequietezza da cui speravo che lo yoga mi liberasse. Sono una persona molto mentale — la testa corre, anticipa, controlla — e per anni questa parte di me ha bussato alla porta dello yoga senza riuscire a entrarci.

Ho provato un paio di scuole, ma nessuna mi ha dato ciò che cercavo: trovavo tecnica, sequenze, posizioni, ma non quel radicamento più profondo che intuivo dovesse esistere. Mi sono allora rivolta al mondo online, dove ho incontrato alcune insegnanti di grande valore — Esther Ekhart su tutte, nel cui modo di insegnare ho riconosciuto esattamente l’idea di maestra che porto dentro di me. Ma è stato quando ho trovato Sadhana che qualcosa si è mosso per davvero.

L’incontro

Mi sono iscritta al corso pensando, a dire il vero, di essere ormai troppo “stagionata” per diventare insegnante di yoga. È stata invece proprio l’accoglienza insita nella formula della scuola a smentirmi fin da subito. Sadhana non punta soltanto alla corretta esecuzione delle asana o ai rudimenti della filosofia: dedica attenzione a ciò che significa vedere l’allievo nella sua interezza, accoglierlo con la sua storia e la sua complessità. É una formazione che guarda alla persona prima ancora che alla postura — e per me, che la postura “perfetta” non l’avrei avuta comunque, è stato come trovare finalmente una porta aperta.

Frequentando i mesi del corso ho riportato alla luce qualcosa che mi appartiene da sempre: una vocazione all’inclusione. È la stessa che aveva già guidato le mie scelte professionali, prima nell’insegnamento di sostegno a scuola, oggi nel lavoro di coach accanto a ragazzi con difficoltà legate alla scuola e all’apprendimento. Lo yoga, ho capito a poco a poco, non faceva che chiamare di nuovo quella parte di me: il desiderio di stare accanto a chi fa più fatica.

Il corpo che cambia

C’è stato però un secondo maestro, in quest’anno: il mio corpo. Proprio mentre il corso cominciava, ai problemi di schiena che già conoscevo — un’ernia lombare — si sono aggiunte difficoltà alle ginocchia. Ho sperimentato sulla mia pelle, e nel momento meno opportuno, cosa significhi desiderare la pratica e trovarvi al tempo stesso un limite. Vedere le compagne più giovani, o mia figlia, muoversi con una libertà che a me era preclusa, mi faceva montare dentro una sensazione precisa e antipatica: quella di essere lasciata indietro.

Ma è proprio da quella frustrazione che è nato il senso del mio percorso. Se non potevo praticare come avrei voluto, potevo chiedermi: e chi, come me — o molto più di me — non può più praticare come vorrebbe? Da lì è cominciato il mio interesse per le forme di yoga che vanno incontro al corpo così com’è: lo yoga con la sedia, lo yoga terapeutico. Il limite, invece di chiudermi una porta, me ne stava aprendo un’altra.

Imparare a tornare

Sotto a tutto, però, scorreva il filo che più di ogni altro ha dato unità a quest’anno: imparare a regolare il mio sistema nervoso. Lo dico con sincerità, perché è la radice di molto: convivo con un’iperattivazione di base, una soglia che mi porta più facilmente di altri verso l’attacco di panico. Da sempre cerco strumenti per modulare il mio stato di attivazione — e nel corso ne ho trovati, sparsi qua e là, come tessere di un mosaico.

Il respiro, prima di tutto. Il Nadi Shodhana, la respirazione a narici alternate, mi ha mostrato come un gesto semplice possa riportare il sistema a una condizione di centratura, equilibrando le due polarità — quella lunare e ricettiva, quella solare e attiva — che la tradizione chiama Ida e Pingala. Ho intuito che il respiro può diventare un interruttore a portata di mano, capace di spostarmi dall’allerta verso uno stato di sicurezza: un’intuizione che la teoria polivagale mi ha aiutata a mettere a fuoco e che mi sta tanto a cuore da continuare ad approfondire anche fuori dal corso, con un percorso dedicato proprio allo yoga e al sistema nervoso.

Voglio però essere onesta fino in fondo: per ora è più un auspicio che una conquista. Non sono affatto sicura di saper già usare il respiro per disattivare davvero il mio sistema nervoso; ci sto lavorando, ma è un apprendimento lungo. Attualmente sono in cura con un antidepressivo, e so bene che un farmaco non si sostituisce con qualche respiro: il respiro, semmai, è una strada che affianco alla cura, sperando un giorno di poterle fare più spazio. Lo scrivo perché credo che parlarne apertamente abbia un valore — di iperattivazione, di ansia, di attacchi di panico soffrono in tanti, molti più di quanti lo dicano, e dare un nome alle cose è già un primo modo per disinnescarle.

Sapere e sentire

C’è un punto, in questo cammino, in cui la filosofia ha smesso di essere teoria e mi ha guardata negli occhi. La tradizione dello yoga lo dice da millenni: l’asana deve essere sthira-sukham, stabile e comoda insieme; è la posizione ad adattarsi alla persona, non la persona alla posizione. E la non violenza, ahimsa, comincia dal non forzare il proprio corpo, mentre santosha, l’appagamento, insegna ad accogliere ciò che c’è oggi. Razionalmente, queste cose le so benissimo. So che non conta la posizione perfetta, so che dovrei lasciar andare l’idea di un corpo ideale, so che la mia età e i miei acciacchi non tolgono nulla al valore della mia pratica.

Eppure sapere una cosa e viverla non sono la stessa cosa. Quando vedo le altre piegarsi dove io non arrivo, quella vecchia sensazione di essere indietro torna. È stato forse l’insegnamento più scomodo e più prezioso dell’anno: capire che il vero lavoro non è sul tappetino, ma nello stretto passaggio tra il sapere e il sentire. Ahimsa e santosha non sono medaglie da esibire; sono un esercizio quotidiano, e riguardano per prima cosa il modo in cui tratto me stessa. Quel ponte non me lo poteva consegnare nessun corso già pronto: è qualcosa che sto imparando ad attraversare, lezione dopo lezione. E so che proprio l’aver dovuto attraversarlo io per prima mi renderà capace, un giorno, di accompagnarci chi si sente, come me, un passo indietro rispetto agli altri.

La porta

Se dovessi dire qual è stata la scoperta più arricchente di tutto questo percorso, non avrei dubbi: l’inclusività dello yoga. Conoscendolo solo in superficie non la si immagina — si pensa al corpo flessibile, alla posizione impeccabile, a qualcosa che appartiene ad altri. E invece le porte dello yoga sono molto più larghe: c’è uno yoga per il corpo che invecchia, per il corpo ferito, per il corpo che ha paura, per chi non può stare in piedi e per chi non riesce a fermare la mente. Lungo l’anno ho raccolto, da ogni parte del corso, gli strumenti per costruirlo: la sicurezza con cui si protegge una colonna fragile, l’attenzione a un corpo che invecchia, il respiro che regola, lo sguardo che calma, l’uso generoso dei sostegni, persino un linguaggio — quello della corrispondenza tra organi ed emozioni — per dare forma e dignità agli stati interiori di chi ho davanti. Non sono tecniche che userò tutte allo stesso modo, né tutte le pratiche che ho incontrato sono la mia strada; ma ognuna mi ha lasciato qualcosa da portare nel lavoro che desidero fare.

In tutto questo ho infatti scoperto un ambito che mi appaga profondamente. Sono una persona mentale, l’ho detto: e progettare una lezione — pensare la sequenza, le cautele, gli adattamenti per quella persona e per quel corpo — mette in moto proprio quella parte di me. Ma poi - ed è qui la magia - il lavoro non si ferma alla testa: coinvolge in pieno il corpo e il sentire, e tiene insieme le due metà di me che troppo a lungo ho vissuto separate. La mente che progetta e il corpo che sente, finalmente insieme. È l’equilibrio che cercavo da sempre, e che qui, quasi senza accorgermene, ho cominciato a trovare.

Per questo è una direzione che voglio percorrere fino in fondo — non una parentesi, ma una strada. Lo voglio fare per i benefici che vedo con i miei occhi: per tutte le persone convinte che lo yoga non sia fatto per loro, e che invece avrebbero tutto da guadagnarne. Accompagnarle oltre quella soglia, mostrare loro che c’è un posto anche per il loro corpo e per il loro respiro, è ciò che, alla fine di quest’anno, ho capito di voler fare. In fondo, è la stessa cosa che lo yoga ha insegnato a me: che non serve arrivare da nessuna parte. Basta imparare a stare.


Fiammetta Spada



 
 
 

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